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GIUIACQUAS
Candu femmu
pitticcheddu deu da naramus semplicementi Giuiacquas. Via Giliacquas
boli nai, cumenti appàri craru, Acquas de Santa Gilla. Po nosus
fiada s’aia chi portada a mari. “Mari” du zerriamus, no laguna. Su
nomini “Stani” beniad’usau scetti de pagus anzianus.
In su Masu su bintinoi de giugniu
duemillaottu
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GIUIACQUAS Quando ero bambino la chiamavano semplicemente GIUIACQUAS. Via Giliacquas, com’è evidente, significa Acque di Santa Gilla. Per noi era la strada che portava al “mare”. Il termine stani era usato soltanto da qualche anziano. Era una strada sterrata, silenziosa, fiancheggiata da alte siepi di fichidindia. Ma il 29 Giugno per “Santu Perdu”, la strada si animava: un fervore insolito, un via vai di pescatori,di volenterosi, di gente allegra, la percorreva. Era la gioiosa atmosfera “de sa Barcheggiara”. Nel primo pomeriggio, la gente si incamminava verso il mare. Molte giovani donne col vestito nuovo di crespo andavano giulive a braccetto cantando a trallallera. I giovani ammiccavano, alcuni erano muniti di un bottiglione di vino rosso. Prima di perdersi in piccole diramazioni, la strada voltava a sinistra all’altezza de “Sa contonera de Giuiacquas”. Dopo il passaggio a livello lo stagno, con i suoi riflessi argentei, si offriva subito in gran parte alla vista. Lì dove attualmente si trova il deposito della forestale, vi era “Su Portu” o “Portisceddu”, una piccola insenatura naturale, ora collegata. Sulla riva vi era la casetta de “Sa Quarta Regia”. Essendo lo stagno di proprietà del Demanio, la quarta parte del pescato andava per l’appunto allo Stato che lo esigeva per mezzo dei suoi agenti. Le barche da pesca col loro ventre piatto, infilavano la prua di qualche metro oltre la riva. Si pagava un soldo (dieci centesimi di lira). Il barcaiolo solerte ed il suo secondo, aiutavano i passeggeri a salire a bordo, sistemandoli opportunamente. Prendevano il largo stracariche. La gente, felice, intonava il trallallera. Le più esperte incitavano: “In pizzu de cuddu monti mi pongu a fai arranda, nott’esta o cras’e notti m’aspettu sa domanda…”. Da altre barche echeggiavano anche canti religiosi: “Di Bonaria celeste Regina…”, il tutto intramezzato da esplosioni di gioia. I giovani emettevano grida gutturali, invero strane, somiglianti al nitrito di un cavallo focoso: secondo alcune ipotesi sarebbero di origine araba. L’orizzonte dello stagno affollato di barche faceva da contraltare alla moltitudine multicolore in attesa, assiepata sulla riva. La gente, ubriaca di sole e di sana allegria cominciava a sfollare lentamente al calar del sole. La sagra andò in disuso durante la guerra. Venne ripetuta, se non vado errando, nell’immediato dopoguerra. Poi per oltre cinquant’anni, rimase soltanto un ricordo nella memoria degli anziani. Ma oggi, 29 giugno 2008, un antico fervore ha ripercorso la via Giliacquas. Come è cambiata e stravolta Giuacquas! I Masesi, vecchi e nuovi, si sono incamminati nuovamente sul suo antico tracciato: non a piedi, come una volta, ma con lo stesso spirito di una volta. La Santa Messa, la processione a mare e nelle vie del rione Laguna, la gente assiepata sulla riva, hanno riportato alla mente immagini di altri tempi. Rallegriamocene. Ringraziamo coloro che, col ricordo e con fattivo impegno hanno fatto sì che questa festa di “Santu Perdu” sia potuta risorgere, rimettendo in luce un altro tassello della nostra identità. Andiamo avanti. Lo stagno, o laguna, come giustamente viene chiamata di questi tempi, non è ancora guarito. L’uomo ne ha in parte modificato gli orizzonti e l’ambiente. Solo i monti di Arcosu, i loro affascinanti profili sono rimasti immutati, quasi come auspicio e segno che la Natura è “resistente” e che se aiutata e capita da tutti noi, può infine tornare a vivere. Ce lo auguriamo di tutto cuore!
Elmas, 29 Giugno 2008 Raimondo Pintus
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