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Il settantesimo anniversario della morte ha sollecitato nuove
letture del suo pensiero. Completamente ignorato, però, il
patrimonio di idee che alla scuola può offrire ancora la sua visione
pedagogica.
Il 27 aprile è stato celebrato il settantesimo anniversario della
morte di Antonio Gramsci, uno degli intellettuali culturalmente e
politicamente più impegnati del secolo scorso, ricordato quasi
sempre esclusivamente come uno dei fondatori del Partito Comunista e
de L’Unità e come uno tra coloro che hanno pagato con il duro
carcere, comminato dal Tribunale speciale, fino alla morte, la
scelta di opposizione alla dittatura del fascismo.
La circostanza dell’anniversario è stata occasione per celebrare la
figura del grande sardo sotto il profilo intellettuale, politico,
filosofico ed umano. Nessun accenno è stato, purtroppo, fatto al suo
posto nel campo della pedagogia e della scuola. Campo che è stato
oggetto di tante sue riflessioni critiche.
LA PEDAGOGIA GRAMSCIANA
Le Lettere dal carcere, che costituiscono un documento in cui
espresse tutta la sua viva critica alla cultura del tempo e la sua
grande umanità, ma soprattutto Gli intellettuali e l’organizzazione
della cultura, in cui mise a fuoco i problemi del rinnovamento
culturale e politico, rispecchiano il suo pensiero sull’educazione e
la scuola, fattori essenziali del rinnovamento sociale e della
popolarizzazione della cultura.
Certo, Gramsci non fu un pedagogista, almeno nel senso che siamo
soliti dare al termine. E' tuttavia fuor di dubbio che non gli si
può negare il diritto di cittadinanza in questo campo non tanto
perché si sia interessato di pedagogia esplicitamente, quanto
piuttosto perché i problemi della pedagogia e della scuola furono
connaturati alla sua speculazione.
Le sue, infatti, non furono solo riflessioni e idee astratte
sull’educazione e la scuola, quanto riflessioni filosofiche,
politiche e sociali connaturate alla storicità del momento.
Se proprio volessimo sinteticamente definirlo, dovremmo dire che
Gramsci è stato un pensatore che ha riflettuto sulla società
ricercandone l’evoluzione in termini concreti ed operativi.
La sua, infatti, è stata detta filosofia della prassi. Il suo
pensiero, insomma, più che porsi come mera e astratta
interpretazione della realtà, volle sempre esplicitarsi quale guida
dell’operatività, talché ne derivò che il fatto educativo in lui non
fu secondario, accessorio e marginale, come avviene nei filosofi e
politici puri, ma essenziale ed imprescindibile di tutto il quadro
operativo. La prassi, in lui divenne necessità storica dello
sviluppo politico e culturale delle classi subalterne, del popolo.
IL RUOLO DELL’INTELLETTUALE
L’intellettuale, secondo l’accezione gramsciana, coincide con il
principio della formazione umana e il maestro, nel più ampio
significato di insegnante, non è colui che impartisce nozioni,
saperi e contenuti astratti, ma chi insegna ad interpretare la
realtà sociale e a divenire cittadini autonomi.
Più specificamente: maestro è colui che, rappresentando la coscienza
critica della società, svolge un ruolo di mediazione tra la società
e l’individuo in formazione. E', in altri termini, colui che è
capace di collegare l’ambiente e l’educando.
Come si vede, Gramsci non ha in mente un’educazione in senso
astratto, teoricamente fondata ma pratica, operativa e sicuramente
politica. Anzi, per lui, il problema politico diviene educativo
tanto che la volontà centrale dello Stato deve essere rivolta ad
educare gli educatori e la stessa società. Il rapporto tra maestro e
scolaro, rapporto tra educando ed educatore, non è limitato ai
rapporti strettamente scolastici.
Gramsci può, così, pervenire ad una fondazione autenticamente
politica del fatto educativo e arrivarvi non solo per via teorica,
ma richiamandosi alla concretezza storica per cui, per lui, ad
esempio, l’analfabetismo non poteva essere debellato solo dalle
leggi e dai regolamenti, ma attraverso l’acquisizione, da parte del
popolo, di una cultura in cui l’essere alfabetizzato fosse bisogno e
necessità.
L’educazione e la sua centralità nel processo di evoluzione degli
individui, nel discorso gramsciano, è uno dei fattori fondamentali e
si pone come fatto ideologico e politico, ma sicuramente pedagogico.
FUNZIONE E RUOLO DELLA SCUOLA PER UN NUOVO UMANESIMO
Da queste idee al ruolo egemonico della scuola e del suo rapporto
con il mondo del lavoro, in Gramsci, il passaggio è automatico.
Contrario alla scuola venuta fuori dalla riforma gentiliana perché
conservatrice della distinzione tra i vari tipi di scuola,
distinzione dovuta più a fattori sociali che non intellettuali,
Gramsci propugna, fino all’età dell’adolescenza, una scuola unica,
uguale per tutti, di formazione generale e non professionale, seria
in cui il ragazzo dovesse studiare seriamente, effettivamente e
faticosamente.
Scuola, per altro verso, umanistica, non nel senso classico, ma
nuovo e moderno, radicato nella storia dell’uomo, effettivo
protagonista della storia. Un umanesimo per fare maturare i giovani
e immetterli nella storia attraverso la maturazione delle capacità
intellettuali, pratiche e creative, di autonomia, di orientamento e
di iniziativa personale.
Da qui la sua idea di scuola creativa in senso nuovo e completamente
diversa rispetto a quella individualistica della scuola attiva. La
creatività che egli affida alla scuola è capacità di espandersi
all’intera società. Il che non vuole significare la negazione della
storia, del passato, ma solo una revisione, una riproposizione di
quel passato in termini nuovi.
L’uomo che ha in mente Antonio Gramsci finisce, perciò, con l’essere
un nuovo Leonardo da Vinci. A proposito dell’educazione dei figli,
che pur dal carcere seguì con particolare premura, poteva scrivere
il 1° agosto alla moglie Giulia: “L’uomo moderno dovrebbe essere una
sintesi di quelli che vengono ipotizzati come caratteri nazionali:
l’ingegnere americano, il filosofo tedesco, il politico francese,
ricreando, per così dire, l’uomo italiano del Rinascimento, il tipo
moderno di Leonardo da Vinci, divenuto uomo di massa, pur mantenendo
la sua forte personalità e originalità individuale” (da A. Gramsci,
Lettere, Torino, Einaudi, 1965, p. 654).
L’umanesimo gramsciano, come si vede, contempera i valori storici
dell’uomo con le aspirazioni dell’industrialesimo moderno, ma in
quel modo da rompere il privilegio di alcune classi quali uniche in
grado di aspirarvi, per realizzarne la più ampia partecipazione. Il
suo è sempre un umanesimo assoluto, ma contemporaneamente positivo,
storico che gli permette di parlare di educazione non solo
dell’individuo, ma pure della società.
Molto interessanti, in definitiva, come si può vedere, talune
intuizioni gramsciane anche per i nostri giorni e per quella
ri-lettura che della storia del passato dovremmo fare nella speranza
di trarre elementi utili al dibattito sull’odierna riforma.
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