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"QUANDO IMPARI A ALLACCIARTI LE SCARPE" è la storia di una madre che
lotta coraggiosamente per garantire a suo figlio disabile il diritto
ad una vita dignitosa.
L’opera è un grido di denuncia contro una Società che troppo spesso
si mostra insensibile rispetto al mondo della disabilità e alle
problematiche che lo popolano.
L’autrice racconta la drammatica esperienza da lei vissuta, partendo
dal terzo compleanno di suo figlio Marco, quando ella ricorda, come
in un flash back doloroso, le costanti difficoltà, le umiliazioni
subite, la sensazione distruttiva di sentirsi soli e impotenti,
logorati dalla rabbia.
L’opera si struttura intorno a due tecniche linguistiche principali:
la narrazione (attraverso la quale vengono descritti gli eventi che
si susseguono dalla tragica scoperta della malattia di Marco ad
oggi) e la riflessione (che porta l’autrice a scandagliare l’oceano
della propria sensibilità, condividendo con il lettore paure e
speranze).
E’ difficile che la lettura di quest’opera lasci qualcuno
indifferente, ed è ancora più difficile che il lettore non sviluppi
in sé un sentimento di rabbia.
Rabbia nei confronti di un Società che vede nel disabile un peso
insostenibile e non una risorsa.

Il tema centrale che permea l’intera opera è quello dell’isolamento.
Marco e la sua famiglia vengono lasciati soli ad affrontare le
insidie di un mondo bieco e insensibile. Tutti noi su questa terra
abbiamo bisogno di un sostegno e a maggior ragione coloro i quali
vivono una condizione di disagio psico-fisico.
La nostra costituzione tutela i più deboli, garantendo anche ai
disabili (che sono i deboli per eccellenza) diritti fondamentali
come quello allo studio, all’integrazione sociale, al lavoro… Spesso
però emerge una frattura fra la legislazione formale e la pratica
quotidiana sostanziale.
Nel racconto emerge chiaramente come le istituzioni neghino al
disabile il diritto costituzionale allo studio, trasformando in un
calvario il tentativo di integrarlo all’interno del sistema
scolastico.
In un paese che pretende di chiamarsi “civile”, la scuola dovrebbe
essere il luogo dell’accoglienza, entro il quale le diversità fra
gli uomini costituiscono una ricchezza e non una povertà.
Nella vicenda di Marco invece, emerge un quadro dove non vi è
differenza fra scuola pubblica e privata nell’ostacolare il percorso
formativo del ragazzo. Procedure e personaggi che rappresentano
l’istituzione scolastica, mostrano un disinteresse e una freddezza
sconcertante, ci si imbatte, così, in dirigenti scolastici che senza
rispetto alcuno delle leggi e dei decreti che impongono di riservare
un certo numero di iscrizioni ai disabili, negano l’inserimento
dell’alunno con difficoltà.

La rabbia e lo sdegno dei genitori di Marco vengono alimentati anche
dalla scarsa sensibilità di alcuni medici freddi e distaccati, privi
di spirito umanitario; nonché dall’incontro con alcuni terapisti
interessati al business della disabilità, piuttosto che ad ascoltare
le esigenze reali di un bambino con difficoltà e della sua famiglia.

Forte è lo sgomento dell’autrice di fronte all’indifferenza e alla
sterile commiserazione degli altri, soprattutto delle persone più
care e degli amici, i quali anziché sostenerla nel difficile
percorso della malattia di Marco, nonostante a volte abbiano
manifestato disponibilità all’ascolto, si sono dimostrati lontani ed
insensibili.
Così, in alcuni passi del libro, si legge: “…. mi accorgo che mio
figlio viene trattato con indifferenza o con riguardo indotto anche
da conoscenti e amici”; o ancora “….. non chiedevamo l’impossibile,
aspiravamo a un’amicizia che ci aiutasse ad urlare e a respirare, a
una vicinanza, fisica e morale, che ci guidasse nei meandri della
disgrazia”.
Ed ecco quindi, riemergere ancora una volta, la problematica
dell’isolamento, questa volta generato da coloro che più fra tutti,
si pensa, dovrebbero mostrare vicinanza e comprensione; sintomo
questo della sempre maggiore mancanza, nella Società contemporanea,
di quello spirito umanitario incarnato non solamente nei sentimenti
di pietà e commozione, ma in quelli più autentici di solidarietà,
vicinanza di affetti e attenzione per i bisogni altrui, caratteri
questi tipici della cultura del passato, che la nostra Società,
fortemente individualistica, sembra aver dimenticato.

L’Autrice racconta di essere entrata raramente in una Chiesa dopo la
nascita di Marco, avverte di essere stata punita in modo esagerato e
senza ragione, non intravede un motivo nella sofferenza di un
bambino, nella malattia del proprio figlio.
Ma ecco che dopo tanto lottare e soffrire, Michela Capone si
abbandona alla volontà di Dio, supera il sentimento della rabbia e
del sentirsi ingiustamente colpita, e scopre la pace che scaturisce
dall’accettazione di quanto le è capitato, arrivando alla
constatazione, forte e meravigliosa, che anche il dolore e la
sofferenza danno senso alla vita.

Il difficile percorso affrontato da Michela Capone è il percorso di
una madre che in un primo momento si rifiuta di riconoscere la
debolezza del figlio.
Noi tutti vediamo i nostri figli come il prolungamento narcisistico
di noi stessi, vediamo in loro una promessa di immortalità, ed è per
questo che li investiamo di tante e troppe aspettative e a loro
chiediamo sempre qualcosa in cambio.
Quando si supera questa fase e si capisce, come pure è accaduto alla
dott.ssa Capone, che un figlio già di per sé è una gioia infinita,
che un figlio non deve essere visto come una proiezione dei nostri
desideri, che un figlio nasce e bisogna amarlo per quello che è, per
quello che non è, e per quello che non diventerà, ecco che si arriva
all’accettazione vera, all’amore puro e incondizionato del proprio
figlio, quello senza corrispettivo.
“Amore per il solo esistere nella tua vita e per la tua vita”.
BUONA LETTURA A TUTTI!
Solange
Pes
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