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Il racconto che Michela
ci offre è un dono, un dono speciale per tutti coloro che hanno la
fortuna di leggerlo, uno di quegli oggetti realizzati a mano che non
saremmo in grado di confezionarci da soli ma che, stranamente, ci
somiglia e ci appartiene intimamente.
In ogni pagina del suo libro Michela dona una parte di sé e della
sua storia e, per una strana alchimia, ciascuno di noi è in grado di
riconoscersi. Ciò che si avverte è l’autenticità della sua
testimonianza che arriva al lettore in modo schietto, senza
risparmiargli la brutalità dei pensieri oscuri e terribili che
colgono colui che è provato dal dolore.
Si può, quindi, intuire che preparare la presentazione di questo
libro non è stato facile, perché siamo stati colti dal timore di non
riuscire a rendere in modo efficace il coinvolgimento che si prova
nel leggerlo e perché si avverte la responsabilità di parlare di
tematiche così delicate che ci avvicinano alla sofferenza e al
dolore di famiglie già fortemente provate dalla vita.
Il dolore ha, infatti, un ruolo importante nel libro ma il racconto
del quotidiano percorso ad ostacoli che è la vita dei disabili non è
fine a se stesso, è invece diretto alla ricerca di soluzioni
possibili e strumenti utili ad alleviare la sofferenza di quanti
combattono quotidianamente la loro battaglia contro la disabilità.
Il dolore, inizialmente vissuto in solitudine, in isolamento, con
rabbia e senso di colpa, diviene il protagonista di un percorso di
crescita… e soprattutto maturazione dell’amore genitoriale.
Si intuisce che l’obiettivo finale di questo processo evolutivo,
sicuramente ancora in divenire, è la sconfitta della solitudine nel
dolore, il superamento di quell’isolamento, che è uno dei temi
principali del libro.
L’isolamento vissuto dalla famiglia con riferimento alle
altre componenti della società. Ed ecco venire in primo piano le
difficoltà nel far rispettare i diritti fondamentali di Marco e
l’indifferenza delle istituzioni, scolastica in primo luogo; il
disinteresse della società civile quando “nessuno mostra la
sensibilità di tacere su quanto ci è stato negato”; la freddezza
del mondo sanitario con le sue strutture niente affatto pronte ad
accogliere l’infanzia.
E in questa negligente noncuranza generale e a causa della
superficialità dei rapporti interpersonali, si corre il rischio che
qualcuno soffra in silenzio!
Ma anche l’isolamento all’interno della famiglia nella quale
i soggetti che la compongono vivono individualmente il loro dolore.
Questo aspetto emerge con grande forza dalle pagine del libro di
Michela quando, ispirata dall’immancabile senso di colpa, chiede
perdono alle figlie “destinate a crescere troppo in fretta
accanto a genitori distratti”. Genitori inevitabilmente poco
presenti perché assorbiti dalla grave situazione di Marco, in un
moto perenne tra visite e terapie.
Michela non può rimare insensibile al disagio che crede di
intravvedere nelle sue figlie e, spinta anche dall’angoscia legata
al sospetto di una grave malattia che la riguarda, ricomincia ad
apprezzare la vita, riscopre il piacere di prendersi maggiore cura
di se e si riappropria della sua femminilità.
Questa maggiore attenzione per se stessa è anche il sintomo del
perdono che infine si concede e, passata la rabbia, superato il
senso di colpa e trovato il coraggio di uscire dall’isolamento, la
scopriamo più indulgente verso le debolezze altrui e verso i limiti
delle persone che, pure molto amate, non hanno saputo supportarla
adeguatamente.
Con una maggiore leggerezza d’animo possiamo, così, guardare
all’ultima parte della narrazione che vede come protagonista proprio
Marco che si impone e reclama uno spazio tutto suo. Conosciamo un
bambino che si afferma giorno dopo giorno come individuo, forma il
suo carattere, si scopre ironico, attento, curioso, interessato al
mondo che lo circonda e che, a dispetto della sua disabilità,
raggiunge nuovi traguardi di autonomia, per scoprire quanto può
essere travolgente l’emozione di un genitore di fronte alle
conquiste di quel figlio “imperfetto”, “perché nella vita
di un bambino disabile l’ovvio non esiste e tutto è un successo”.
Dovendo tirare le somme della nostra conversazione non possiamo non
richiamare alla memoria alcune delle pagine più belle del libro
nelle quali Michela rievoca, dopo tanti episodi di indifferenza e
insensibilità, un esempio positivo di integrazione. Il racconto
della rappresentazione scolastica, alla quale Marco partecipa da
protagonista al pari dei suoi compagni, è un evento che consente
alla madre di scrivere “Non mi interessa la sua perfezione mi
piace la sua partecipazione” e a noi di ricordare che
l’obiettivo dell’integrazione non è altro che far sentire ogni
bambino, disabile e non, parte del progetto scolastico e parte
attiva della società civile.
Tutto ciò si è reso possibile grazie agli insegnanti di Marco e ai
genitori dei suoi compagni di scuola che hanno avuto il merito di
avere educato “all’amore per un bambino diverso”… e ci
ricorda quanto sia importante per le famiglie poter contare su una
maggiore accoglienza sociale per superare il senso di emarginazione
che si accompagna alla disabilità.
Se dobbiamo formulare un pensiero conclusivo, suggerisco di
ricorrere un’ultima volta alle generose parole di Michela per dire
che la sua è una storia fortunata, una famiglia fortunata, così che
il nostro pensiero possa andare a quei bambini meno fortunati, meno
tutelati, meno amati di Marco. Verso quei bambini ancora più
fragili, tutti noi, genitori, istituzioni, associazioni, abbiamo un
dovere di solidarietà e sostegno e questo libro non ci consente e
non ci consentirà di dimenticarlo!

Sandra
Gaviano
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