Senza destino Lajos Koltai (2005)
L'odissea di un ragazzo nell'inferno del lager.

Elabora un testo espositivo in cui descrivi e spieghi la vita in un campo di lavoro tedesco

Svolgimento

 

Il protagonista era un ragazzo. Il padre doveva partire per un lavoro, allora lo mandarono a lavorare in una fabbrica. Un poliziotto fermava gli autobus e faceva scendere gli Ebrei, grandi e piccoli, poi li portarono in Polonia per mezzo di un treno, per settimane senza cibo e senza acqua. Chiesero chi aveva intenzione di partire per la Germania, tutti partirono e finirono nei campi di concentramento. Li trattavano male, lavoravano tutto il giorno. I pasti erano due e non era molto quello che davano loro, l’ora che piaceva di più al protagonista era il momento tra il lavoro e la cena perché erano liberi. Il protagonista si era fatto male alla gamba, poi si metteva a litigare per il cibo. Ma alla fine arrivarono gli inglesi che liberarono quelli che erano rimasti. Il ragazzo tornò a casa, stava cercando il padre ma dagli amici del padre gli dissero che era morto in una guerra. Quando si ritrovò in piazza ricordava il momento in cui di concentramento erano liberi e si accorse che provava nostalgia per la Germania.

Valentina Loi 1 B


Mio nonno ha vissuto la II guerra mondiale in prima persona.
E’ stato fatto prigioniero dai tedeschi l’8/11/1943, mentre era militare a Bologna. L’hanno trasportato in un carro bestiame fino al campo di concentramento “Stalagh 11B”, poi l’hanno trasferito a “Schenebegh” dove era nel capannone numero 6.
I capannoni erano fatti di legno, non c’era né riscaldamento, né acqua calda e ci dormivano circa 100 persone.
A mio nonno fu assegnato il posto più alto di un letto a castello e, alla fine della prigionia, impiegava circa trenta minuti per salirci. A 21 anni non è poi tanto difficile salire su un letto, ma era così debilitato e dimagrito che non aveva più forze.
A Schenebegh davano un numero di riconoscimento che era composto da sei cifre; era chiamato Kligegeafangenen, che in tedesco significa prigioniero di guerra. Quello di mio nonno era: 162224; quella targhetta con il numero inciso, insieme alle lettere con il timbro della censura, è ancora conservata da mio nonno e mostrata a noi nipoti.
Quando si arrivava al campo, a differenza del film che abbiamo visto, i tedeschi non prendevano nulla. Una volta, infatti, mio nonno barattò il suo orologio d’oro per una razione in più di minestra; perse l’orologio e non vide la minestra!
Nel campo di Schenebegh c’erano due tipi di divise: una blu e una grigia; mio nonno aveva quella blu, che voleva dire che faceva parte dei geni antincendio, anche se non ho capito bene cosa volesse dire.
La vita al campo era molto dura: alle 5.30 del mattino ci si doveva alzare, lavarsi all’interno del capannone e vestirsi; poi si faceva colazione con un pezzo di pane, e subito al lavoro.
Il posto di lavoro era fuori dal campo, per arrivarci bisognava camminare in fila con le guardie (che erano militari anziani) che puntavano il fucile sui prigionieri.
Al lavoro fabbricavano le armi per i tedeschi, lavoravano ininterrottamente, facendo un’unica pausa di mezz’ora per pranzare. Il rancio era costituito sempre da una brodaglia fatta di margarina ed ingredienti di scarto ed insieme un pezzetto di pane. La domenica le patate lesse sostituivano la brodaglia.
A sera tardi si rientrava al campo, si andava a dormire senza cena.
Pochi mesi prima che mio nonno fosse liberato, si diceva che dall’altro lato del campo ci fossero state le camere a gas, ma nessuno lo seppe mai con certezza.
Quando arrivarono gli americani (gli alleati), i tedeschi se l’erano già data a gambe, così non ci fu bisogno di aprire il fuoco.
Secondo me è bello che si sia dedicato un giorno dell’anno alla tragedia dell’Olocausto perché noi giovani, che fortunatamente non abbiamo vissuto la guerra, possiamo imparare e meditare sugli orrori che questa comporta.
 

Lorenzo Murru, 1 B

 

Lunedì 28, abbiamo visto un film che parlava dei campi di lavoro forzato; quelli di Auschwitz e di Buchenvald.
Il campo di lavoro forzato consisteva in questo: lì venivano raggruppati ebrei, zingari, testimoni di Geova, omosessuali ecc; si distinguevano dal triangolo di diverso colore che avevano sul petto.
Venivano portati in treno verso una destinazione diversa da quella assegnata (campi di concentramento), venivano privati delle valigie e di tutti gli altri oggetti, e separati donne, uomini, giovani, vecchi. Quelli con poca capacità di lavorare, giovani e vecchi, venivano portati nei forni crematori e ammazzati, mentre gli altri venivano posti a lavorare, scaricare i vagoni dei treni, ecc. Nei campi di lavoro forzato non c’erano solo cose brutte, ma anche dei momenti belli, momenti di piacere dove le persone potevano pensare ad altro e rilassarsi. Il film ha fatto un esempio: prima della cena. Si scioglievano le file e tutti potevano parlare con i compagni. Al proposito, le file servivano a contare le persone e, nel caso ne mancasse anche soltanto una, gli altri erano costretti a rimanere in piedi tutto il giorno senza cibo. Infatti i prigionieri cercavano di scappare e nascondersi. Poi c’erano dei trattamenti meno duri per gli ebrei ingegneri che sapevano parlare il tedesco. Negli ospedali si stava meglio, le persone venivano curate molto bene e stavano in letti puliti. Si mangiava soprattutto zuppa.
Tutto è finito quando gli Americani sono arrivati e hanno sconfitto i tedeschi.
 

Alessandro Sedda 1 B