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Il
protagonista era un ragazzo. Il padre doveva partire per un lavoro,
allora lo mandarono a lavorare in una fabbrica. Un poliziotto
fermava gli autobus e faceva scendere gli Ebrei, grandi e piccoli,
poi li portarono in Polonia per mezzo di un treno, per settimane
senza cibo e senza acqua. Chiesero chi aveva intenzione di partire
per la Germania, tutti partirono e finirono nei campi di
concentramento. Li trattavano male, lavoravano tutto il giorno. I
pasti erano due e non era molto quello che davano loro, l’ora che
piaceva di più al protagonista era il momento tra il lavoro e la
cena perché erano liberi. Il protagonista si era fatto male alla
gamba, poi si metteva a litigare per il cibo. Ma alla fine
arrivarono gli inglesi che liberarono quelli che erano rimasti. Il
ragazzo tornò a casa, stava cercando il padre ma dagli amici del
padre gli dissero che era morto in una guerra. Quando si ritrovò in
piazza ricordava il momento in cui di concentramento erano liberi e
si accorse che provava nostalgia per la Germania. |
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Mio
nonno ha vissuto la II guerra mondiale in prima persona.
E’ stato fatto prigioniero dai tedeschi l’8/11/1943, mentre era
militare a Bologna. L’hanno trasportato in un carro bestiame fino al
campo di concentramento “Stalagh 11B”, poi l’hanno trasferito a
“Schenebegh” dove era nel capannone numero 6.
I capannoni erano fatti di legno, non c’era né riscaldamento, né
acqua calda e ci dormivano circa 100 persone.
A mio nonno fu assegnato il posto più alto di un letto a castello e,
alla fine della prigionia, impiegava circa trenta minuti per
salirci. A 21 anni non è poi tanto difficile salire su un letto, ma
era così debilitato e dimagrito che non aveva più forze.
A Schenebegh davano un numero di riconoscimento che era composto da
sei cifre; era chiamato Kligegeafangenen, che in tedesco significa
prigioniero di guerra. Quello di mio nonno era: 162224; quella
targhetta con il numero inciso, insieme alle lettere con il timbro
della censura, è ancora conservata da mio nonno e mostrata a noi
nipoti.
Quando si arrivava al campo, a differenza del film che abbiamo
visto, i tedeschi non prendevano nulla. Una volta, infatti, mio
nonno barattò il suo orologio d’oro per una razione in più di
minestra; perse l’orologio e non vide la minestra!
Nel campo di Schenebegh c’erano due tipi di divise: una blu e una
grigia; mio nonno aveva quella blu, che voleva dire che faceva parte
dei geni antincendio, anche se non ho capito bene cosa volesse dire.
La vita al campo era molto dura: alle 5.30 del mattino ci si doveva
alzare, lavarsi all’interno del capannone e vestirsi; poi si faceva
colazione con un pezzo di pane, e subito al lavoro.
Il posto di lavoro era fuori dal campo, per arrivarci bisognava
camminare in fila con le guardie (che erano militari anziani) che
puntavano il fucile sui prigionieri.
Al lavoro fabbricavano le armi per i tedeschi, lavoravano
ininterrottamente, facendo un’unica pausa di mezz’ora per pranzare.
Il rancio era costituito sempre da una brodaglia fatta di margarina
ed ingredienti di scarto ed insieme un pezzetto di pane. La domenica
le patate lesse sostituivano la brodaglia.
A sera tardi si rientrava al campo, si andava a dormire senza cena.
Pochi mesi prima che mio nonno fosse liberato, si diceva che
dall’altro lato del campo ci fossero state le camere a gas, ma
nessuno lo seppe mai con certezza.
Quando arrivarono gli americani (gli alleati), i tedeschi se l’erano
già data a gambe, così non ci fu bisogno di aprire il fuoco.
Secondo me è bello che si sia dedicato un giorno dell’anno alla
tragedia dell’Olocausto perché noi giovani, che fortunatamente non
abbiamo vissuto la guerra, possiamo imparare e meditare sugli orrori
che questa comporta.
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Lunedì
28, abbiamo visto un film che parlava dei campi di lavoro forzato;
quelli di Auschwitz e di Buchenvald.
Il campo di lavoro forzato consisteva in questo: lì venivano
raggruppati ebrei, zingari, testimoni di Geova, omosessuali ecc; si
distinguevano dal triangolo di diverso colore che avevano sul petto.
Venivano portati in treno verso una destinazione diversa da quella
assegnata (campi di concentramento), venivano privati delle valigie
e di tutti gli altri oggetti, e separati donne, uomini, giovani,
vecchi. Quelli con poca capacità di lavorare, giovani e vecchi,
venivano portati nei forni crematori e ammazzati, mentre gli altri
venivano posti a lavorare, scaricare i vagoni dei treni, ecc. Nei
campi di lavoro forzato non c’erano solo cose brutte, ma anche dei
momenti belli, momenti di piacere dove le persone potevano pensare
ad altro e rilassarsi. Il film ha fatto un esempio: prima della
cena. Si scioglievano le file e tutti potevano parlare con i
compagni. Al proposito, le file servivano a contare le persone e,
nel caso ne mancasse anche soltanto una, gli altri erano costretti a
rimanere in piedi tutto il giorno senza cibo. Infatti i prigionieri
cercavano di scappare e nascondersi. Poi c’erano dei trattamenti
meno duri per gli ebrei ingegneri che sapevano parlare il tedesco.
Negli ospedali si stava meglio, le persone venivano curate molto
bene e stavano in letti puliti. Si mangiava soprattutto zuppa.
Tutto è finito quando gli Americani sono arrivati e hanno sconfitto
i tedeschi.
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